Un nuovo management pubblico come leva per lo sviluppo

Atti del seminario ''Economia responsabilitÓ competizione''

a cura di: Paolo Nicoletti, Paolo Collini

Quarta di Copertina

Dopo i focus su «Norme, Istituzioni, Risultato» e su «Società, Complessità, Inclusione», ecco la terza e ultima riflessione del ciclo «Un nuovo management pubblico come leva per lo sviluppo» dedicato a identificare un New Public Management rivisitato e interessato a comprendere, davvero, i problemi delle comunità.

Uno Stato in cui dai luoghi periferici dovrà emergere conoscenza, in cui la responsabilità sociale dovrà diventare valore utile al cambiamento e in cui l'economia dovrà agire come motore di innovazione. Il tutto, con un nuovo e sapiente uso della Csr – Corporate Social Responsability, da giocare, ora, sia a livello privato che pubblico, sia in ambito nazionale che locale. Con la consapevolezza che per sostenere l'economia dell'innovazione serviranno politiche contestualizzate nei territori. 

  • Angeli Franco

Considerazioni introduttive

Paolo Collini

Paolo Nicoletti

 

“Economia responsabilità competizione”

Premessa di Carlo Mochi Sismondi

1. Lectio Magistralis di Fabrizio Barca

Abstract

1.1. Lo Stato socialdemocratico e l'implosione del controllo

1.2. Lo Stato liberista e il fallimento dei target

1.3. Il modello sperimentale: dati, sindaci, relazioni

Conclusioni  

2. La responsabilità sociale di impresa per la competizione di Luciano Hinna

Abstract

2.1. Premessa

2.2. Una definizione di responsabilità sociale d'impresa e di stakeholder

2.3. La Csr tra economia, norme ed etica

2.4. Le matrici imprenditoriali della Csr

2.5. Gli strumenti per gestire la Csr

2.6. La relazione con gli stakeholders strumento principe della Csr

Conclusioni

3. Le determinanti della competitività regionale di Andrea Fracasso

Abstract

3.1. Gli indicatori della “competitività regionale”

3.2. Il ruolo della Pubblica Amministrazione

3.3. Come creare catene di valore

Conclusioni

4. La costruzione di sistemi locali di innovazione di Enrico Zaninotto

Abstract

4.1. Un divario persistente

4.2. Superare il gap

4.3. Limiti e prospettive dei modelli locali di intervento

Conclusioni

5. Lavori di gruppo

Gruppo 1 Raffaele Farella

Gruppo 2 Nicoletta Rizzoli

Gruppo 3 Franco Pocher

Gruppo 4 Maurizio Biotti

Gruppo 5 Paolo Dalpiaz

Gruppo 6 Luca Comper

Gruppo 7 Clara Fresca Fantoni

Gruppo 8 Roberto Andreatta

Gruppo 9 Laura Boschini

Gruppo 10 Livia Ferrario 

Considerazioni introduttive, di Paolo Collini

La nostra Società sembra essere entrata, ormai da molti anni, in un rapporto nuovo con la dimensione economica dell'agire umano: le rego­le dell'economia, un tempo relegate nella loro dimensione di “vincoli” alla libertà di agire, sembrano oggi diventate le regole fondamentali cui tutto deve essere in qualche modo ricondotto. Può essere che questa sia la naturale conseguenza della dominanza della dimensione di consumo nella definizione di libertà che sembra essersi affermata: siamo liberi se possiamo consumare ciò che desideriamo. È, secondo la definizione di Victor Lebow, la trasformazione del consumo di beni da mero atto materiale in stile di vita, in elemento centrale delle relazioni sociali.

In questa chiave, l'economia, cioè i sistemi di produzione e consu­mo, diventa l'elemento centrale dell'esistenza. Guardiamo (probabil­mente con invidia) al Bhutan che misura il benessere del Paese sulla base dell'indice di Felicità Interna Lorda invece del Prodotto Interno Lordo, ma non possiamo non riconoscere che la sostenibilità dell'inte­ro nostro modello di vita è basata sulla crescita del prodotto interno. Solo sulla base della convinzione che il futuro ci darà un prodotto pro-capite più alto di quello del passato noi possiamo sperare che le condi­zioni di vita cui siamo abituati possano essere mantenute anche per le generazioni future. Se non sarà così, schiacciati dall'invecchiamento della popolazione, dalla scarsità delle risorse naturali e dagli enormi impegni assunti nei confronti delle generazioni più anziane in termini di welfare e remunerazione della ricchezza finanziaria accumulata e investita nei debiti pubblici degli Stati, non sarà possibile mantenere un livello di consumo paragonabile a quello di oggi. Può essere che la ricchezza materiale non si accompagni alla felicità, ma è certo che si è accompagnata al più straordinario allungamento delle prospettive di vita che mai si sia realizzato.

L'economia, dunque, è centrale nella nostra vita e nella nostra at­tenzione. Ma l'economia di un territorio si fonda sulla sua capacità di competere nei mercati globali con altri territori. Quando un territo­rio può distribuire al proprio interno le risorse che complessivamente produce, deve massimizzare la sua produzione economica per poterla tradurre in benessere per i cittadini. Per farlo deve competere (le sue imprese devono competere) con altri territori. Una competizione che è, secondo la visione più classica dell'economia di mercato, il motore dell'aumento della produttività che della crescita del prodotto lordo pro-capite è il fondamento. La competizione dunque, in questa prospettiva, è un fenomeno “sano”; è il sale della crescita economica e quindi del benessere delle persone perché guida la crescita. Certo, vigono regole di selezione darwiniana per cui le imprese che riescono a competere sopravvivono e le altre sono destinate a soccombere. Un territorio che deve far conto sulle proprie forze, cioè sulla capacità del sistema pro­duttivo di produrre valore economico, non ha molte alternative.

In questo ragionamento entra prepotentemente il tema dei confini, ovvero della delimitazione di un territorio rispetto agli altri. I confini non sono univoci, perché gli ambiti entro i quali si condividono i de­stini delle persone sono variabili, in funzione delle diverse dimensioni del problema che si intende affrontare.

È questo il problema che attanaglia l'Europa, intesa come unione di Stati nazionali. Il non considerarci tutti all'interno di una unica comunità di persone impedisce di considerare come un bene comune il progresso dell'intera comunità e singoli gruppi difendono la “loro” autonomia (di consumo) da quella degli altri.

E questo ci introduce alla terza parola chiave del nostro ragionamen­to: la responsabilità. Siamo responsabili perché sentiamo il dovere di rispondere non solo a noi stessi, ma anche ad altri, del nostro operato. Responsabilità significa farsi carico del destino di altri. Ma chi sono questi altri verso i quali sentiamo l'obbligo di dare il risultato che essi si aspettano? Sono naturalmente i membri della nostra comunità, coloro che consideriamo all'interno di un sistema del quale ci sentiamo parte. E qui il tema della responsabilità si interseca con quello dell'autonomia perché sentirsi responsabili verso altri che sono fuori dai nostri confini implica un'idea di solidarietà, cioè non di obbligo verso chi condivide naturalmente i nostri destini, ma di un impegno che non deriva dalla comune appartenenza ad una entità, ma quanto piuttosto da un impe­gno etico verso “altri”. Una generosità altruistica, non dovuta sul piano del diritto, ma voluta da una visione etica del mondo.

E allora, in un sistema governato dalle leggi dell'economia, che fa della competizione il motore del proprio sviluppo, è possibile allargare il proprio senso di responsabilità ad una comunità più ampia di quella autonoma cui sentiamo di appartenere?

È l'autonomia, tipica di territori come il Trentino, compatibile con la responsabilità verso gli altri?

Credo che la risposta possa essere affermativa perché, in fondo il termine competizione è in economia sinonimo di concorrenza e concor­renza significa correre assieme convergendo verso un comune intento.

Parlando di Stato, cittadinanza ed economia di mercato, la lectio ma­gistralis del professor Fabrizio Barca, ha passato in rassegna, in maniera saggia e profonda, ognuno di questi termini. Mondi con i quali siamo chiamati a confrontarci ogni giorno. Assi portanti del nostro sistema democratico che immediatamente rimandano ai concetti di responsa­bilità, economia e competizione. Strumenti che, se opportunatamente declinati, ci permetteranno di nutrire una visione e di adoperarci per realizzare una vera e propria strada del cambiamento. Non solo speran­za, dunque, ma anche convinzione di poter fare innovazione sociale, scientifica, culturale e, non di meno, amministrativa.

L'analisi condotta, infatti, ha saputo tessere, con fili minuziosi, una prospettiva molto ampia nella quale il Trentino si colloca a perfezione, con le sue tipicità e con le sue avanguardie. Da un lato: la dimensione territoriale del regionalismo, caratterizzato com'è da una continua va­lorizzazione della propria identità. Dall'altro lato, la tensione (positiva) dello sviluppo e della crescita, fondamentali da gestire con attenzione a tutte le fasce e a tutte le dinamiche sociali. Se l'economia non cam­mina, infatti, il sistema non cammina. Ma se il sistema è frammenta­to, difficilmente l'economia riuscirà a produrre innovazione positiva, positiva per tutti.

Il Trentino, in particolare, è molto esposto su questi fronti, in virtù del solidarismo che da sempre lo definisce e dell'autonomia che, più di ogni altro valore, ne garantisce l'esistenza. Quella che ci troviamo ad abitare, infatti, è una provincia che riesce a vivere di risorse proprie prodotte sul proprio territorio. La crescita economica per il Trentino diventa così, più ancora che per altre aree, condizione fondamentale di sviluppo futuro, nonché sfida quotidiana per gli amministratori, le im­prese, i cittadini stessi e, al tempo stesso, motivo di grande orgoglio. Non per tutte le province d'Italia è così, come ben sappiamo. E questo non fa altro che aumentare sempre più la nostra voglia di miglioramento.

Ma per produrre davvero valore aggiunto, è fondamentale riscopri­re il contributo che tutti i mondi possono dare alla nostra società. In primis, vorrei dire, il mondo della ricerca e della conoscenza, connet­tendo i poli specialistici presenti sul territorio (e non solo) e lasciando che parlino, direttamente, con le imprese, con le amministrazioni, con la politica, con la cittadinanza, per capire approfonditamente quanto e come l'investimento intellettuale e tecnologico può essere d'aiuto alla creazione di una società migliore.

A ciò aggiungo un'attenzione tutta particolare che dovrebbe essere dedicata al mondo delle imprese non-profit, recuperando la valenza di quel terzo settore per troppo tempo trascurato e invece foriero di grandi opportunità, sempre più spesso motore di nuove aggregazioni e cata­lizzatore di energie di tutte le età.

Allo stesso modo è importante che il sistema pubblico prenda esempio dal modello privato e si eserciti nella Csr – Corporate Social Respon­sibility –, responsabilità sociale certificata attraverso azioni concrete capaci di generare sviluppo consapevole del e sul territorio. Elemento, questo, che può concorrere in maniera anche determinante alla defi­nizione della competitività regionale, fatta non solo di numeri ma di concetti molto più ampi, profondi e trasversali.

La sfida su cui Barca ci chiama a riflettere è quindi un grande spunto per i territori governati dall'autonomia, come quello trentino.

Data la centralità della dimensione economica della società odierna, per una comunità è fondamentale trovare un equilibrio tra crescita e competizione, intesa come valore positivo che guida la produzione di valore economico in un territorio. Ciò implica una capacità di competere e concorrere con altri territori adottando una visione etica di respon­sabilità non solo riguardo al proprio operato, ma anche verso gli effetti che esso ha sugli altri, allargando quindi il proprio concetto di respon­sabilità ad una collettività più ampia rispetto a quella a cui aderiamo.

Perché se davvero vogliamo costruire il futuro, dobbiamo integra­re le capacità, unire le forze, congiungere i punti di vista. Dobbiamo pensare in modo diverso a ciò che facciamo ogni giorno, rivedendo le priorità e orientando le nostre azioni più al risultato e meno al processo. Proprio come consiglio sempre di fare ai miei studenti.

 

Considerazioni introduttive, di Paolo Nicoletti

La Pubblica Amministrazione deve essere agente di innovazione, ad essa si chiede di diventare motore di cambiamento per favorire la cresci­ta e lo sviluppo del Paese. È un organo dello Stato che deve imparare a orientare progressivamente e sempre di più il proprio agire al risultato, nonostante le teorizzazioni e gli approcci storici e culturali pregressi siano molto diversi. Per farlo è necessario colmare una divisione, quella tra corpo sociale e istituzioni che con il tempo si è acuita e non poco, imparando a interpretare e a governare meglio i bisogni della comunità.

In questo contesto un ruolo fondamentale lo esercitano l'economia e le imprese, parte fondamentale del tessuto connettivo della società. Due elementi strategici in quanto causa di innovazione (chi intraprende tende “naturalmente” a percorrere strade nuove), capaci di attivare la competizione a livello internazionale ma anche in ambito locale, anche grazie alla responsabilità sociale che fa loro capo. In un mondo ormai sempre più connesso e sempre più globale la competizione passa neces­sariamente anche dalle aree decentrate, è centro ma anche periferia. E per far sì che questo processo evolva al meglio è fondamentale ritrovare una sintonia forte tra Pubblica Amministrazione, cittadino e imprese.

È importante, dunque, che la PA, anch'essa oggi chiamata ad af­frontare le sfide di un grande cambiamento, impari a interpretare in maniera sempre più puntuale i bisogni della propria comunità. Perché solo messa in rapporto con questa riuscirà a identificare il senso più alto del proprio agire, favorendo concretamente la crescita e lo sviluppo di un territorio e agendo in un'ottica sempre più orientata al risultato.

Il Trentino non si sottrae a questa nuova dimensione:

  • non lo fa la Pubblica amministrazione, consapevole dell'incisività del proprio ruolo grazie a competenze e risorse le quali, oggi più di ieri, impongono uno sforzo straordinario per individuare i bisogni della comunità e le soluzioni per soddisfarli;
  • non lo fa l'economia, cosciente che la concorrenza globale impone di non limitarsi alla domanda domestica ma di aprirsi a mercati più vasti;
  • non lo fa il corpo sociale, a cui non sfugge l'esigenza di rinnovare in un periodo di grande incertezza lo spirito solidaristico e la coesione sociale che caratterizzano il nostro territorio e ne sono patrimonio valoriale.

In un tempo dove le forze in gioco tendono a scomporsi e ricom­porsi di continuo, la capacità di un territorio piccolo e complesso come il nostro passerà necessariamente sempre di più per una forte “salda­tura” paziente e costante tra chi è chiamato a prendere decisioni e la sua comunità di riferimento, dando rinnovato significato e contenuto all'Autonomia di cui disponiamo.

 

Premessa, di Carlo Mochi Sismondi*Testo non rivisto dall'autore.22

Innovazione e cambiamento: il 2015 è stato un anno di forte discon­tinuità rispetto al passato. Si è approvato il piano per la crescita digitale e il piano per la banda ultralarga, si è lavorato sulla capacity building, cioè sulla capacità di costruzione amministrativa e si è messo mano seriamente alla riforma della Pubblica Amministrazione. Una riforma che cambia le geografie degli enti, rivoluziona l'organizzazione interna e punta su semplificazione e digitalizzazione, strumenti fondamentali per abilitare la ripresa della PA e del Paese intero.

La Pubblica Amministrazione, infatti, può essere motore di sviluppo globale per più ragioni. Innanzitutto perché, con il suo enorme patrimo­nio informativo, può portare verso una maggiore trasparenza. Ancora tanto c'è da fare su questo fronte, ma i dati abilitano nuovi valori, nuo­ve imprese, servono da stimolo e creano consapevolezza nelle scelte. La PA, inoltre, può essere motore di ripresa perché riesce a cogliere le forze vitali del Paese, come la sharing economy, l'economia civile, la sussidiarietà orizzontale, la cittadinanza organizzata. Ma, soprattutto, la Pubblica Amministrazione può farsi portatrice di sviluppo nel mo­mento in cui impara a semplificare.

Certo, per quanto apprezzabile la via intrapresa con la riforma del ministro Madia, qualche dubbio persiste, a partire dalla cattiva mesco­lanza alla quale si sta assistendo. Da una parte le riforme, la politica che mai come in quest'ultimo anno ha fatto tantissime cose, dall'altra parte, nelle Amministrazioni, un organico stanco, annoiato, disinteressato. Un gap da superare ricostruendo la fiducia: della politica verso l'Ammini­strazione, dell'Amministrazione verso la politica e dei cittadini verso entrambe queste parti.

Obiettivo che si potrà raggiungere solo muovendosi in tre direzio­ni: con accompagnamento all'innovazione, con la strutturazione di nuovi modelli di partecipazione dal basso, di partnership con le forze più vive della società, e imparando ad adottare il pensiero digitale non strumentale ma strategico. Solo così si potranno cambiare i processi, le organizzazioni, i modi stessi di lavorare, adattandoli non solo alla velocità ma anche alla pervasività, alla capacità di partecipazione, di comunicazione, controllo e monitoraggio per una PA e uno Stato dav­vero efficienti e competitivi.

 

Lectio Magistralis, di Fabrizio Barca

Abstract

L'Italia è un Paese effervescente. Lo è nell'imprenditorialità, ma an­che nel pubblico e nel sociale. Lo è con un dinamismo ricco di proposte e diversità. Eppure, nonostante le straordinarie premesse e le ottime potenzialità, il Paese non riesce a svilupparsi. L'industria ha retto alla crisi ma a costo di restringersi, l'agricoltura ha tenuto ma rinunciando alla crescita, i servizi non hanno prodotto l'occupazione sperata, il wel­fare è rimasto indietro rispetto al resto del mondo e la spesa pubblica ha continuato a ridursi anno dopo anno.

Come si superano tali discrasie? È forse il caso di fermarsi a riflettere e provare a capire il disegno generale, partendo dall'analisi dell'“ieri”, valutando la condizione dell'“oggi” e definendo il progetto sul “domani”.

1.1. Lo Stato socialdemocratico e l'implosione del controllo

Tre sono i modelli che hanno influenzato e tutt'ora influenzano la nostra economia: lo Stato socialdemocratico, lo Stato liberista e lo Sta­to dell'“oggi”.

Il modello socialdemocratico è caratterizzato dalla presenza di uno Stato fordista, produttore di quei servizi fondamentali che la Costitu­zione italiana evoca all'articolo n. 3, forse il più importante di tutti, senza dubbio il più moderno e straordinario che così recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

In tale dimensione, lo Stato si preoccupa di gestire le due componenti del capitalismo: il capitale e il lavoro. Da un lato, dunque, le ragioni di manager e imprenditori che devono essere incentivati a gestire il capitale attraverso compenso economico o di carriera e dall'altro i risparmiatori che intendono impedire che il capitalista usi il proprio denaro in mo­do contrario all'interesse di chi lo possiede. Due tensioni che lo Stato socialdemocratico governa tutelando in modo invasivo sia il lavoro sia il risparmio – anche grazie al ruolo sempre più importante assunto dal sindacato – attivando un controllo serrato nei confronti del capitalista per verificare che questi non abusi del potere. Tutto ruota, in particolare, intorno a un'unica parola: gerarchia, ovvero il sapere in mano a pochi, la standardizzazione come modus operandi e i cittadini che partecipano in massa ai partiti e selezionano la classe dirigente votando.

In Italia, in realtà, tale modello non si è mai realizzato pienamente. Il nostro Paese, infatti, ben lontano dall'essere uno Stato organizzato, manageriale, fordista, gerarchico, come la vicina Germania, ha scel­to una forma ibrida di attuazione, nella quale lo Stato e il capitalismo, vivacissimo, si sono mescolati sotto il cappello delle partecipazioni statali. Strumento “geniale” per il decollo del dopoguerra, ma che non abbiamo poi saputo modificare quando ha mostrato le sue gravi falle.

Intanto, però, il sistema socialdemocratico vede montare ovunque la sua crisi, esplodendo negli anni '80, per tre diverse ragioni. Innanzitut­to, la tutela del risparmio erode le logiche del capitale. Gli investimenti cadono poiché l'imprenditore, dopo il dinamismo degli anni '50 e '60, si sente eccessivamente limitato nelle sue possibilità di intervento e sempre più spesso contrastato dai sindacati. A ciò si aggiunge lo strapotere assunto dai burocrati, la cui discrezionalità diventa enorme, ben superiore a quella dei politici. Infine, la standardizzazione. L'istruzio­ne e il benessere del secondo dopoguerra, portano i giovani negli anni '60 ad affermare i movimenti studenteschi chiedendo che al centro di ogni decisione venga messa la persona. Non un unicum di generi, gu­sti e culture, dunque, ma tanti volti, tantissime storie, ognuna a proprio modo importante. Una domanda che la socialdemocrazia, molto stan­dardizzata, non riesce ad accomodare.

1.2. Lo Stato liberista e il fallimento dei target

Per rispondere a tale domanda di diversità, andato in crisi il modello socialdemocratico, dalla fine degli anni '70 e soprattutto negli anni '80, si afferma il liberismo perfetto o “istituzionalismo perfetto”, modello rimasto in vigore fino a oggi.

Secondo il nuovo sistema, per evitare di erodere le singole individua­lità, lo Stato abbandona prima progressivamente e poi completamente l'obiettivo di stabilizzare il ciclo economico. Lo fa, eliminando i con­trolli sull'operato di chi governa il capitale e introducendo in alternativa i bonus per i manager come tutela discrezionale del risparmio.

Un disastro, in quanto si perde completamente la dimensione del controllo e il management si sente libero di agire. Anche nel proprio interesse. E contro quello dei risparmiatori.

Sul piano del Governo della cosa pubblica la risposta è il New Public Management che traduce la produzione di servizi pubblici diversifica­ti in risultati misurabili e monitorabili tramite “target di riferimento”. Non più il sistema gerarchico in cui ad operare sono il capo ufficio e il capo ufficio del capo ufficio, ma obiettivi fissi pensati per eliminare la discrezionalità dei burocrati. Meccanismo al quale si aggiungono le privatizzazioni, ovvero l'esternalizzare i servizi nella convinzione che la loro qualità possa essere stabilita per contratto. Un altro grave insuc­cesso, per il peccato di illuminismo che contiene.

Ma che ruolo hanno in questo contesto le politiche dello sviluppo urbane, delle infrastrutture, delle aree rurali, della ricerca? Secondo il World Bank Geography Report della Banca Mondiale, lo Stato in questo contesto non è in grado di portare avanti da solo politiche efficaci di sviluppo, non può che ascoltare le richieste delle grandi corporations, delle grandi imprese multinazionali. Sono loro a diventare risolutrici delle complessità, mentre i cittadini passano dallo status di soggetti politici (e di controllori politici) a meri consumatori. La cittadinanza, infatti, che pure continua a votare, non controlla più gli eletti attraver­so i partiti, divenuti oramai poco più che comitati elettorali, ma – indi­catori alla mano – verifica la bontà dei servizi a disposizione arrivan­do finanche ad abbandonare le proprie città qualora non le ritengano all'altezza delle aspettative. Il tutto, mentre si assiste all'affermarsi della società dell'informazione che consente di raccogliere, produrre e analizzare dati. Una svolta della quale gli italiani diventano ideologi­camente grandi supporters, ma che nei fatti non sono ancora riusciti a realizzare pienamente.

Ora, se nel breve termine tale sistema sembra produrre ottimi risultati, con i manager entusiasti poiché liberati da ogni controllo sul risparmio, nel lungo periodo l'effetto è profondamente negativo. La qualità dei servizi prodotti decade poiché non è possibile realizzarla per contratto e l'utilizzo degli indicatori del New Public Management come sistema sanzionatorio si rivela non solo inefficace, ma anche controproducente, poiché appiattisce la voglia di lavorare, determinando un allentamento della fiducia e un peggioramento delle prestazioni. Anche il modello dell'“istituzionalismo perfetto”, dunque, deflagra e dimostra come il problema del capitalismo moderno non sia solo la finanziarizzazione ma, prima di tutto, la mancanza di un sistema di controllo sull'utilizzo dei fondi da parte dei manager e di Governo efficace delle pubbliche decisioni.

1.3. Il modello sperimentale: dati, sindaci, relazioni

Nei quindici anni di applicazione del New Public Management si è assistito alla moltiplicazione delle procedure, una produzione a dir poco esplosiva. A ciò si è aggiunta la sopravvalutazione delle corporations come risolutrici della complessità. Non perché queste non lo fossero, ma perché l'obiettivo finale dei grandi gruppi internazionali era rivolto al proprio management e non certo alla comunità.

Cosa fare quindi? È avanzata nel mondo occidentale una nuova idea di “Stato sperimentale” che molto ha a che fare con la conoscenza e l'informazione.

Negli ultimi trent'anni, grazie all'istruzione di massa, i cittadini sono molto cambiati: il sapere non è più concentrato ma diffuso tra centi­naia di migliaia, milioni di persone. I cittadini sono consapevoli e im­pegnati tanto che nel 2011, in Italia, vi erano ben 105mila associazioni di cittadinanza attiva con 2 milioni di partecipanti e 500mila persone occupate. Cifre importanti alle quali vanno aggiunti gli individui che si impegnano a livello individuale. Cifre, che impongono riflessioni sul senso stesso della “partecipazione”.

Pensare a una forma di Stato sperimentale che trovi proprio nei cit­tadini la sua forza, richiede, infatti, un forte volere politico e statale. È necessario operare scelte decise affinché il cambiamento diventi effi­cace, a partire, ad esempio, dal rinnovamento generazionale accelerato nella Pubblica Amministrazione. E questo non perché i giovani siano tutti bravi, ma perché bisogna dare la possibilità a chi è consapevole di non essere più all'altezza del proprio compito, dei propri impegni, di lasciare il proprio posto a chi è pronto a rischiare, a chi vuole darsi davvero da fare. Un processo che potrà realizzarsi solo a fronte di una forte volontà politica.

Si pensi, ad esempio, a ciò che si sta tentando di fare in Italia con un'iniziativa strategica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, lanciata dal governo Monti, poi continuata col Governo Letta e ora col Governo Renzi: la strategia nazionale per le aree interne del Paese che vede coinvolti 1.800.000 italiani e che interessa anche la Provincia autonoma di Trento con la sua area di 2mila abitanti del Tesino. Cittadini che vivono lontani dai servizi fondamentali, ma che nel loro complesso presidiano il 17% del territorio nazionale. Un'occasione straordinaria per recuperare la vitalità di almeno 1/5 del territorio nazionale evitando che queste aree continuino a spopolarsi. Ma per far sì che possa attuarsi un meccanismo di inversione demografica, serve prima di tutto il lavo­ro: con il lavoro, i genitori assicurano ai propri figli una buona scuola, l'accesso alle cure, la sicurezza, la consapevolezza di poter godere di una buona vecchiaia.

E chi può assicurarsi che ciò accada? Chi può essere il vero prota­gonista di una tale politica? Senza dubbio: i sindaci, oggi più che mai. Sono loro a dover unire le forze dei creativi, degli innovatori, degli imprenditori creativi, dei dirigenti scolastici visionari, degli insegnan­ti appassionati, dei medici intuitivi, degli agricoltori innamorati della loro terra, degli immigrati grazie ai quali si continuano a portare avanti attività tradizionali. Sono i sindaci a dover diventare collante tra tutte queste forze. Anche per questo, bisogna ragionare in termini di alle­anze e di sistemi intercomunali, extra-locali, organizzando focus, di­battiti, aree permanenti di confronto e, perché no, anche di scontro tra i diretti interessati. Momenti di dialogo dai quali possano emergere le potenzialità di un territorio e durante i quali gli amministratori pubblici siano pronti a imparare. Ma è anche necessario uno Stato normale mol­to attivo e competente che sappia destabilizzare i poteri politici locali quando questi si chiudono a riccio per “conservare”.

E le informazioni, abbinate alle banche dati, sono proprio il tesoro di cui si ha bisogno per alzare la qualità delle azioni ed estendere la prospettiva del dialogo.

Conclusioni

Una politica che non guardi ai progetti ma alle persone. Luoghi pe­riferici dai quali emerga conoscenza. Un New Public Management ri­visitato, interessato a comprendere, davvero, i problemi delle comunità. Ecco le nuove frontiere dello Stato sperimentale.

Lo Stato con la sua vocazione centrale, regionale e locale, lo Stato con le sue responsabilità di politica e di gestione per le macro-aree e per i singoli settori, nell'interesse comune eppure con l'attenzione ai singoli contesti. Non un sogno, ma la sistematizzazione di ciò che già esiste nel mondo e che in Italia si può ricreare ripartendo dalle risorse umane, lavorando con una ferma volontà politica e con il deciso impe­gno degli amministratori pubblici.

A loro, a noi, spetta il desiderio di crederci per contribuire a rendere reale ciò che oggi appare solo potenziale.

 

La responsabilità sociale di impresa per la competizione , di Luciano Hinna

Abstract

Dopo aver proposto una definizione formale e concettuale della re­sponsabilità sociale di impresa si è collocata la stessa nell'ambito della economia d'azienda e l'etica aziendale, evidenziando come la globaliz­zazione abbia necessariamente messo a confronto ed in concorrenza tra loro modelli etici e giuridici assai diversi.

Per meglio cogliere le valenza che essa assume nella competitività delle imprese si è analizzata inoltre l'evoluzione che ha registrato negli anni e le matrici culturali di origine.

Nell'enunciare, infine, i vari strumenti a disposizione dell'impresa nell'adottare i principi della responsabilità sociale ci si è soffermarti in particolare su uno, la relazione con gli stakeholders, inteso come ele­mento premiante per la competitività aziendale.

 

Le determinanti della competitività regionale, di Andrea Fracasso

Abstract

Quando un territorio può dirsi competitivo? E come è possibile mi­surare tale competitività? Esistono in merito diverse interpretazioni, molte delle quali sbagliate, poiché assumono che le Regioni possano competere al pari delle imprese. Ma così non è.

Per competitività regionale, si intende, infatti, la capacità di una regione di generare benessere, reddito, occupazione, di produrre beni e servizi avanzati, di essere, a tutti gli effetti, produttiva. Ma si inten­de anche una Regione con una crescita regolare, capace di resistere a shock importanti e di tornare su trend di crescita.

Bisogna partire da qui, dunque, per comprendere come declinare il concetto di competitività, per intenderlo non come gara, ma come sforzo per aumentare produttività e benessere, mettendo realmente ed efficacemente in relazione aree locali e nazionali.

 

La costruzione di sistemi locali di innovazione, di Enrico Zaninotto

Abstract

In Italia le difficoltà della crisi economica si sono innestate in proble­mi di più lunga data, ovvero la stagnazione della crescita della produt­tività che da ultimi quindici anni affligge l'economia del nostro Paese. Questa difficoltà può essere ricondotta alla scarsa innovazione e alla complessità del cambiamento necessario per passare da una economia di rincorsa ad una che opera sulla frontiera tecnologica.

Si può risolvere questa condizione? Si può colmare il gap di com­petitività italiano? In che modo la Pubblica Amministrazione può agevolare questo processo di avanzamento? In questo intervento si ripercorrono criticamente alcune proposte e si indica una possibile direzione per avvicinare la ricerca alle imprese, al fine di attivare una più vivace dinamica innovativa.