Regioni a geometria variabile

Quando, dove e perché il regionalismo funziona

a cura di: Mauro Marcantoni, Marco Baldi

Quarta di Copertina

Come rendere efficienti le regioni italiane? La saldatura tra l'attuale delegittimazione della sfera politico-istituzionale e la crisi fiscale dello Stato sta mettendo in discussione l'architettura della nostra amministrazione locale. La risposta prevalente, dettata dall'emergenza e dalla volontà collettiva di semplificazione, è stata finora

quella di riportare poteri e responsabilità al centro del sistema, senza valutare a fondo quanto ciò risulti incoerente con la storia e con l'attualità del paese. Eppure non si può negare che l'Italia abbia costruito sul protagonismo territoriale la pista del suo sviluppo. Per questo oggi uno sguardo attento alla sfera delle autonomie, e in particolare alla dimensione delle regioni, è una scelta obbligata.

Questo agile volume rivela che siamo in effetti davanti a una situazione estremamente differenziata: ci sono realtà amministrative efficienti e altre che ne sono la negazione. C'è una politica del governo centrale che però tratta tutti allo stesso modo, nonostante le evidenti differenze interne. Come si può uscire da un tale labirinto in cui ad essere premiati sembrano i peggiori?

Il saggio, oltre a un'analisi di dettaglio sui conti territoriali condotta da tsm-Trentino School of Management e Censis, indica una possibile via d'uscita: è il governo a geometria variabile, che si fonda sullo scambio tra autonomia e responsabilità. Da un lato il governo centrale concede la devoluzione locale delle risorse, dall'altro pretende buon governo e responsabilità. Ecco una proposta di federalismo autentico, che sollecita l'autogoverno e non la moltiplicazione dei difetti del centralismo.

  • Donzelli Editore Srl

Prefazione

di Giuseppe De Rita

 

A ogni regione la sua Regione

 

I. Una governance da ripensare

1. La moltitudine di protagonisti

2. Il debito spinge il paese nel passato

3. La doppia erosione della sovranità

4. La necessaria sincronia tra idee e azioni

 

II. I grandi nodi da sciogliere

1. Dalla crisi del governo centrale alla crisi dei governi locali

2. L'illusione del ritorno al centralismo

3. Il valore delle differenze

4. Spesa pubblica regionale: valutare senza conoscere?

 

III. Uscire dallo stato di accusa

1. La realtà dietro i numeri

2. Il parametro fuorviante della spesa pro capite

3. Tre indicatori che rendono giustizia

 

IV. Il panorama del regionalismo «reale»

1. Le autonomie speciali come valore

2. Ognuno è speciale a modo suo

3. Le asimmetrie delle Regioni a Statuto ordinario

 

V. Autonomie a geometria variabile

1. I rischi dell'obbligo all'omogeneità

2. Il circuito virtuoso tra autonomia e crescita

3. La creazione di valore come principio guida

4. Un'utopia consapevole

 

VI. La dimensione fenomenologica

1. La nuova complessità dei territori

2. Le performance regionali divaricanti

3. La valutazione della spesa territoriale

di Giuseppe De Rita

Questo libro affronta, attraverso una disamina attenta ma anche con spunti di provocazione, la questione di come rimettere in fase due sottosistemi che sembrano ormai muoversi ognuno per proprio conto: quello politico-istituzionale e quello socio-economico. Il primo tende a slittare verso l'alto, a trovare la sua legittimazione nella dimensione verticale e nel confronto con le poche sedi autorevoli dotate di reale sovranità. Il secondo, tranne poche eccezioni, rimane nella sua storica orizzontalità dove trova sempre meno luoghi di ascolto puntuale, anche a causa della progressiva perdita di poteri e di legittimazione di quei soggetti pubblici intermedi che ne dovrebbero indirizzare e guidare la crescita e lo sviluppo.

Ma a una politica che si disormeggia dal territorio, si concentra sulle dinamiche relative ai soli poteri statuali o sovrastatuali, dimentica gli interessi locali, la loro articolazione, la loro residua vitalità, non resta che occuparsi dello spread: di come tenerlo sotto controllo con europeista responsabilità o di come relativizzarne il significato alimentando derive populiste.

Guardando ai singoli elementi che compongono quel poco o quel tanto di reputazione internazionale e di capacità competitiva di cui il paese ancora beneficia – ci sono soggetti internazionali che si esercitano in questo tipo di misurazioni –, ci si accorge che è il punteggio attribuito alla «qualità degli ambienti economici locali» che ci tiene ancora a galla nel panorama internazionale. Il ranking della nostra immagine esterna e della nostra competitività sarebbe ben poco lusinghiero se dovesse basarsi solo su fattori quali la «fiducia nelle istituzioni», «la trasparenza dei processi decisionali», «l'uso delle risorse pubbliche». E magari anche l'andamento dello spread, oggetto di tanta attenzione, subirebbe qualche ulteriore contraccolpo inatteso.

Se è comprensibile che la fase attuale attivi grandi energie governative da spendere sul fronte esterno, assai meno lo è l'abbandono a se stessa dell'antica e vitale orizzontalità italiana. Una vitalità che certo non abbiamo mai imparato a governare compiutamente, ma che proprio in questa fase richiederebbe uno sforzo anche sul «fronte interno»: qualche certezza in più sulla futura architettura dei poteri istituzionali, o almeno una pratica di riordino e di ripensamento che vada oltre la retorica della soppressione degli «enti inutili», oltre la «sensibilizzazione forzata» al contenimento della spesa pubblica, oltre la partecipazione al risanamento del debito contratto.

La deriva impoverente di cui sono oggi oggetto i governi regionali e la forte delegittimazione delle élites politiche locali – se si escludono alcune eccezioni – hanno ragioni concrete che non possono essere negate né ricondotte unicamente al tema dello slittamento in alto della sovranità. Ma questo non fa venir meno la necessità di un recupero di responsabilità distribuita nei gangli del sistema amministrativo periferico. Al contrario, occorre una nuova costruzione di obiettivi forti e condivisi che sappiano coniugare le ragioni del localismo con la necessità di guardare oltre i confini nazionali e verso il futuro del paese.

Riguardo alle Regioni, sono convinto che negli anni passati siano stati commessi errori gravi sul piano istituzionale. Si è persa l'occasione di progettare uno Stato delle autonomie incaponendosi nella costruzione di un federalismo dall'alto, centrato sulle Regioni, sulla loro capacità di spesa, sui poteri dei loro governatori. La classe dirigente regionale ha anticipato la verticalizzazione, il decisionismo, la personalizzazione. Non ha guardato in basso, verso i territori e le loro sub-articolazioni, ma in alto, rivendicando nuovi poteri e nuove deleghe. Il sindacalismo istituzionale ha prevalso, e mentre qualcuno si impegnava nel chiedere autonomia di spesa per le Regioni, qualcun altro la praticava concretamente con modalità che poco hanno a che vedere con la promozione e il benessere delle comunità regionali.

Da qui alla delegittimazione, alla crisi di consenso, ai commissariamenti e alla sostanziale sottrazione di sovranità, complice la crisi economica e finanziaria, il passo è stato breve.

Però è necessario e urgente uscire dallo stallo attuale e porre con forza la questione di una revisione dell'assetto amministrativo del paese che sia in grado di rispecchiare i diversi profili socio-economici, i tanti assetti insediativi, le difficoltà e le virtù dei sistemi d'impresa e degli aggregati sociali, comprese le istituzioni locali. Una società sotto sforzo, impegnata nel complicato esercizio della «sopravvivenza », ha certamente bisogno di soggetti intermedi con capacità di cogliere le istanze locali e di offrirne adeguata rappresentazione, con attitudine alla concertazione, con possibilità di impegnare risorse proprie e di canalizzare le risorse disponibili presso altri soggetti pubblici e privati.

Anche per questo trovo condivisibili i limiti che il presente lavoro individua nei meccanismi dei tagli lineari di spesa e dei patti di stabilità. Meccanismi, appunto, procedure che non distinguono, che non si interrogano sulla virtuosità degli enti a cui si applicano, sulle effettive competenze che questi hanno assunto, sulle performance in termini di qualità dei servizi erogati e di contributo al benessere delle collettività amministrate. In definitiva, sulle modalità con cui le élites locali interpretano il loro mandato.

Un ragionamento su questi temi andava fatto, anche perché tanti anni di «regionalismo delle uniformità» hanno prodotto poche ricette davvero ritagliate sulle realtà locali e sulle diversità da esse sottese. Con il risultato, tra l'altro, che i divari tra i territori si sono ampliati anziché ridursi, obbligando lo Stato centrale a intervenire a più riprese con il solo meccanismo della ridestinazione di risorse pubbliche a garanzia della spesa storica o del mantenimento di livelli minimi delle prestazioni.

Il principio della concreta responsabilizzazione delle istituzioni locali – verso l'erogazione di buoni servizi ma anche verso lo sviluppo locale – va sicuramente ripreso e posto alla base di una revisione complessiva della governance amministrativa del paese. In alcune Regioni a Statuto speciale ha funzionato adeguatamente e proprio dall'osservazione di quegli ambiti – peraltro oggi sotto esame per i loro presunti privilegi – possono essere tratte indicazioni utili per un ripensamento del nostro modello regionalista.