La “quota” dello sviluppo

Una nuova mappa socio-economica della montagna italiana

a cura di: Marco Baldi, Mauro Marcantoni

Quarta di Copertina

Le aree montane rappresentano un peso negli itinerari di sviluppo e di modernizzazione del Paese? Sono territori incapaci di autosostenersi e privi di un loro futuro autonomo? Drenano le risorse generate da altri territori? La risposta è negativa e viene da un'analisi approfondita del valore aggiunto generato nei comuni italiani. È ben vero che se prendiamo un indicatore importante come lo spopolamento i dati sono preoccupanti: dal 1951 ad oggi la popolazione italiana è aumentata di 12 milioni di persone, mentre quella dei comuni montani è diminuita di 900 mila. Tuttavia questo non significa che montagna sia sinonimo di marginalità. I dati di una ricerca promossa e realizzata da tsm-Trentino School of Management e Censis dimostrano il contrario. La montagna presenta performances inaspettate e si caratterizza non come un territorio che tende a riprodurre i dati delle regioni di appartenenza, ma anche come uno “scrigno” di elementi di qualità e di differenziazione. La montagna non solo basta a se stessa quando le si concede di esprimere a pieno questi valori, ma è utile al Paese in una logica di distribuzione equilibrata dei pesi insediativi e di scambio reciproco di elementi differenziali con le grandi aree urbane.

  • Angeli Franco

Presentazione, di Ugo Rossi

Introduzione, di Mauro Marcantoni

Riflessioni

Giuseppe De Rita

Annibale Salsa

Enrico Zaninotto

La ricerca

Premessa

1. Considerazioni di contesto

1.1. Il nuovo panorama montano

1.2. Dove la montagna supera la pianura

1.3. I nuovi doveri della montagna

2. La fine dello spopolamento

3. Il capitale umano, oltre la retorica del depauperamento

4. Tutto il valore della montagna

5. Dentro il motore dell'economia

5.1. Il tasso di “imprenditorialità”

5.2. La montagna nei distretti industriali

6. Una montagna di “eccellenze”

6.1. La vocazione ad attrarre

6.2. Il made in Italy

6.3. I vantaggi della coesione

Appendice cartografica

Metodologia di stima del valore aggiunto a livello comunale

Riferimenti bibliografici

Introduzione

di Mauro Marcantoni

Cos'è oggi la montagna? Valgono ancora gli stereotipi associati un tem­po a vette, boschi e prati? Per rispondere, è necessario interrogarsi sulle caratteristiche che da sempre hanno accompagnato il paesaggio montano, rileggendo i suoi valori e le sue diversità, in un'ottica nuova.

Siamo sempre stati abituati a una concezione dualistica della montagna, giocata su tre dimensioni. La prima è quella del dualismo valoriale: siamo stati abituati a vedere nella montagna la purezza (tantissime volte utilizzata persino nella pubblicità con sorgenti immacolate di acqua limpida), contrapposta alla pianura, o meglio alla città, dove invece questa purezza si è affievolita sino a trasformarsi nel suo opposto. È un dualismo di proporzionalità quasi diretta, nel senso che più si scende in basso nell'orografia e più diminuiscono i valori di riferimento.

Paradossalmente, il luogo della contaminazione – la pianura – è divenuto quello delle occasioni da cogliere, delle azioni da intraprendere, mentre quello della purezza – la montagna – ha perso dinamicità, fino a essere confinato nella dimensione protetta, ma isolata, delle “riserve”.

Il secondo dualismo riguarda, invece, l'economia: la montagna è sempre stata luogo dell'agricoltura, degli allevamenti, delle coltivazioni boschive in contrapposizione alla pianura e alla città dove prosperano l'industria e il largo consumo. Una contrapposizione che, ancora una volta, gioca ap­parentemente a favore della montagna (meno inquinata, meno aggredita dall'acciaio e dall'industria degli ipermercati, più pulita, meglio conservata, mentre la pianura combatte la sua battaglia anti-inquinamento), anche se il dualismo è benevolo solo di facciata. Andando in profondità, infatti, la montagna appare come un'economia statica, vincolata alle stagioni, alle intemperie, ai capricci del tempo, mentre la città e la pianura sono veloci, senza vincoli di stagione e con la natura obbediente. La lentezza, l'immo­bilità, sono contrapposte alla velocità e al cambiamento.

La terza dimensione, invece, è più sottile e riguarda un dualismo tutto interno al paesaggio. La sua qualità e la sua bellezza contrapposte alla necessità, anzi all'istinto della tutela, come se la bellezza potesse avere co­me unica strada solo la conservazione, intesa come intoccabilità. Ancora una volta siamo davanti a un dualismo apparentemente favorevole, ma nel suo intimo contrario, alla montagna, perché a essa nega ogni opportunità di sviluppo. Come se al massimo, o al meglio, o all'ottimo, la montagna non potesse che restare se stessa, immutabile.

L'insieme di questi dualismi ha portato a concepire la montagna come un'entità a parole meritevole di ogni attenzione, ma nei fatti considerata come irrilevante. Come se la sua realtà fosse psicologicamente un ricordo, una riserva valoriale, sempre meno interessante, con il passare del tempo.

Un prodotto di questa concezione sono state anche le politiche che hanno inteso la montagna come una specie da salvaguardare, senza darle vita, innestando, e neppure bene, l'approccio tipico dell'assistenzialismo. Insomma un corto circuito a più livelli: parole d'oro e fatti modesti, ri­cordo delle occasioni speciali e dimenticanza dei giorni ordinari, etereità nella sua visione e abbandono nella realtà.

Ma, se questa impalcatura poteva (e forse doveva) avere un senso fino a un recente passato, oggi ne ha molto meno. La montagna, infatti, sta uscendo da questa dimensione.

Il primo fattore che sta cambiando ogni cosa, e dunque anche la montagna, è la digitalizzazione dell'economia, della società e dei comportamenti individuali e collettivi. Diversi aspetti dell'economia sono dematerializzati, le intermediazioni di lavoro reale si sono trasformate in flussi d'informazione tra aziende virtuali, dal lavoro tangibile si è passati al lavoro svolto da computer e telematiche. Non sono scomparsi gli oggetti, ovviamente, ma è scomparsa una parte delle aziende che vi lavoravano intorno alle funzioni post-produttive. Un processo che da un lato ha tolto un handicap alla montagna, la cui logistica è ora un limite meno vincolante rispetto al passato, e dall'altro sposta i problemi su un'altra dimensione. Perché a questo punto il vincolo logistico è dato più dalla mancanza della banda ultra larga, ad esempio, che non dalla scarsità e ristrettezza delle strade. Tuttavia, meno c'è necessità che le persone e le cose si spostino, più crescono le chance della montagna e gli ostacoli di natura logistica si riducono, fatti salvi quelli legati proprio alle infrastrutture digitali.

I dati statistici riportati in questa pubblicazione raccontano, inoltre, che la montagna, dopo un lungo periodo di riduzione della popolazione, negli ultimi dieci anni ha fatto segnare un +1,3%; che il contributo pro capite alla ricchezza nazionale dato da questi territori è solo di poco inferiore di quello prodotto dalle aree di pianura e collina e che, addirittura, il tasso imprenditoriale è in alcune realtà più alto rispetto al resto del Paese. Sono dati che mostrano, inoltre, tra le prime tre regioni in Italia per diffusione e concentrazione delle start up, due alpine, Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta e che evidenziano come, in proporzione, ci siano più associazioni no profit e di volontari nei comuni montani rispetto alla media nazionale. Insomma, ecco una montagna che vive sulla stessa lunghezza d'onda del resto del Paese.

Ma questo non accade per tutti i territori. C'è, infatti, un nuovo dualismo interno alla stessa idea di montagna. Abbiamo aree, segnatamente quelle alpine, governate dalle autonomie speciali, a est e a ovest del Paese, che producono sviluppo in termini superiori alla media nazionale. E ci sono aree montane di altre regioni e di altre latitudini, dove invece la montagna è ancora il luogo dell'antico dualismo, fatto d'invecchiamento, agricoltura arretrata e ammirazione nostalgica del paesaggio. Ci sono aree montane, dunque, dove l'innovazione si è innescata direttamente nelle produzioni industriali, a cominciare proprio dall'industria alimentare, e aree dove l'innovazione stenta ad attecchire. Allo stesso modo, se questi processi vengono sintetizzati nell'andamento demografico, si hanno aree dove an­cora continua lo spopolamento e aree dove, invece, il saldo demografico ha cambiato di segno, attraendo nuova popolazione dall'interno del Paese, oltre che dall'esterno.

Venendo ai valori, invece, i territori montani a connotazione positiva hanno un grande potenziale. Ecco perché, proprio in virtù della spiccata individualità di queste aree, è più facile trasformare i nomi del territorio in brand del territorio.

Una volta che i brand territoriali montani diventano tali, cioè sinonimo di valore e distinzione, entrano in un mondo iper-moderno in cui il valore dei prodotti è dato non solo da quello d'uso, ma soprattutto dal loro brand. E i brand territoriali, fatti di paesaggio, qualità della produzione agricola e delle produzioni artigianali, diventano valore in sé nel momento in cui incorporano e rispecchiano valori di autenticità e di purezza. La trasformazione dei luoghi in brand cambia, dunque, completamente il punto da cui si osserva la montagna, crea un ulteriore dualismo al suo interno, dato proprio dalla diversificazione e distinzione del potere di brand di ciascuna località e ciascuna provincia o regione.

Quell'arcadia complimentosa e irrilevante, nel mondo piatto e indistinto di oggi, si è trasformata quindi nel contenuto fondante del brand territoriale. Perciò l'inaccessibilità, o la difficile accessibilità, la scarsa densità della popolazione, la coltivazione artigianale e non industriale, la dimensione media aziendale più contenuta, sono elementi che da debolezza si sono trasformati in forza, perché permettono ai prodotti che arrivano da que­ste aree di avere un “premio” per il loro prezzo. Un premio dato proprio dalla difficoltà della loro produzione, difficoltà che oggi è percepita come un pregio, perché nei prodotti industriali si vedono non solo la velocità di produzione, ma anche la voracità di suolo, di alimentazione innaturale, di inautenticità. La domanda di qualità trasforma i prodotti correlati e colle­gati alla montagna come di per sé migliori.

Ripensare la montagna, dunque, vuol dire partire dal presupposto che essa non ha bisogno di essere “assistita”, ma esprime una domanda di infrastrutture, di interventi non minori di quelli che domandano le aree ur­bane e di pianura.

Continua a esistere la distanza orografica, infatti, perché ancora adesso costruire e organizzare una scuola in montagna è sempre più costoso che in città; un chilometro di strada è sempre più costoso che in pianura, come è più costoso un chilometro di banda ultra larga. Perciò servono investimenti che consentano alla montagna di stare al pari con la pianura, avendo pari opportunità di competere e di contribuire a una appropriata restituzione al Paese degli investimenti fatti sotto forma di sviluppo più equilibrato, di tipicità delle produzioni, di mantenimento della biodiversità, di manuten­zione del territorio e del sistema idrogeologico.