La montagna perduta

Come la pianura ha condizionato lo sviluppo italiano

a cura di: Gianfranco Cerea, Mauro Marcantoni

Quarta di Copertina

L'orografia determina il destino di una comunità? Pare di sì, almeno in Italia, dove l'altitudine fa ancora la differenza. A parlare sono in numeri: dal 1951 a oggi, la montagna è stata vittima di spopolamento e abbandono. Se la popolazione italiana negli ultimi 60 anni è cresciuta di circa 12 milioni di persone infatti, la montagna ne ha perse circa 900mila. Tutta la crescita, in pratica, si è concentrata su pianura (8,8 milioni di residenti) e collina (circa 4 milioni).

Un dissanguamento del quale si è parlato poco, pochissimo. La letteratura, che pure abbonda di lavori sul divario Nord-Sud, ha studiato poco il rapporto tra pianura e montagna. Ecco il senso di questa ricerca, tutta dedicata alla cosiddetta “questione montana”.

  • Angeli Franco

Presentazione. Uno sguardo contemporaneo sulla montagna, di Bruno Zanon

 

Considerazioni introduttive

Dalle pendici del monte Curt, di Luca Mercalli

La montagna e il governo dell'autonomia, di Paolo Pombeni

Il valore dell'autogoverno per le terre alte, di Annibale Salsa

 

Parte prima

1. Montagna e pianura. Il grande divario

1.1. Lo spopolamento progressivo

1.2. La (mancata) lobby della montagna

1.3. La crucialità delle infrastrutture

1.4. La questione delle aree interne

 

Parte seconda

2. L'eccezione di Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta

2.1. Stessa orografia, diverso destino

2.2. La (sola) montagna che cresce

2.3. Piccoli confini che cambiano tutto

 

Parte terza

3. L'autonomia che salva la montagna

3.1. Ogni autonomia è speciale a modo suo

3.2. L'illusione ottica delle statistiche parziali

3.3 La ricchezza generata dalle politiche locali

3.4. La montagna dentro di noi

 

Conclusioni. Contano le politiche, non l'orografia

Appendice

Presentazione. Uno sguardo contemporaneo sulla montagna

di Bruno Zanon

I contributi raccolti nel volume propongono un nuovo sguardo sulla montagna italiana. In primo luogo, il rapporto elaborato dal gruppo di la­voro composto da Gianfranco Cerea, Stefano Fantacone, Petya Garalova, Mauro Marcantoni e Antonio Preiti, con la collaborazione del CER, trat­teggia un quadro statistico aggiornato e puntuale sulle dinamiche demografiche e fornisce una nuova interpretazione dei fenomeni del popolamento (e dello spopolamento) delle aree montane. Pone, in particolare, le basi per valutare l'efficacia delle politiche pubbliche, tenendo conto delle diverse condizioni territoriali.

I contributi introduttivi di Luca Mercalli, Paolo Pombeni e Annibale Salsa propongono delle riflessioni in merito alle sfide che abbiamo di fronte, fornendo uno stimolo a innovare le chiavi interpretative prevalenti. Si tratta di un impegno di grande rilievo, in quanto l'immagine consolidata della montagna quale spazio residuale deve essere ribaltata, considerando che il territorio nazionale, in realtà, è prevalentemente montuoso e che tale condizione non comporta solo problemi e difficoltà, ma offre anche una quantità di risorse e di opportunità da individuare e cogliere a pieno. Le riflessioni si soffermano in particolare sulla necessità di innovare le politiche pubbliche, ristabilendo il legame vitale tra popolazione e territorio montano partendo dall'affermazione che un'autonomia matura, basata su forme appropriate di autogoverno, è il solo strumento per connettere responsabilità e diritti, sostenibilità e progettualità collettiva.

Perché la montagna è un problema? Sicuramente vi sono delle differenze di condizioni di vita, di lavoro, di dotazioni civili rispetto ai territori di pianura e alle città maggiori. Ma questo è l'esito, relativamente recente, del confronto tra sistemi economici e sociali entro un quadro orientato di politiche pubbliche e consegue alla lettura dominante che associa condizioni naturali a condizioni socio-economiche. In breve, il nostro sguardo sui territori di montagna è segnato dalle esperienze e dai valori della modernità, dalla consuetudine con le dinamiche proprie dell'età industriale e con gli effetti della concentrazione delle attività e delle persone nelle aree urbane. Sembra ovvio, quindi, qualificare la montagna con gli attributi della debolezza, della marginalità, dell'arretratezza. Certamente si tratta di un territorio “fragile”, dal punto di vista idrogeologico, economico e sociale, ma esso presenta, allo stesso tempo, un patrimonio di valori e risorse che, nella società e nell'economia contemporanee, non può essere assolutamente sottovalutato.

Le prospettive per le aree montane devono essere quindi costruite in modo appropriato, abbandonando preoccupazioni che spesso riguardano solo in parte tali territori e le relative popolazioni. Molto spesso traspaiono, infatti, i timori che il mancato presidio della montagna metta a rischio le condizioni dei fondovalle e delle città, che l'abbandono del territorio comporti dei flussi incontrollabili verso le aree urbane. Sono queste, del resto, le paure che percorrevano le indagini sviluppate fin dagli anni '30, con un'impegnativa indagine del Cnr e dell'Istituto nazionale di economia agraria, sullo “spopolamento montano in Italia”. In sintonia con tali timori, la legge urbanistica del 1942 (ancora in vigore) ricorreva a un neologismo per affermare, all'articolo 1, che scopo della norma è anche quello di “favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all'urbanesimo”.

La modernità ha cambiato nel profondo il nostro rapporto con il territorio, vale a dire lo spazio attrezzato dalle comunità per vivere e abitare e, ancora prima, ha alterato il nostro rapporto con la terra. Per millenni l'uomo ha vissuto in uno stretto rapporto con il suolo fertile che gli forniva di che vivere, e questo ha comportato che le forme del popolamento fossero prevalentemente diffuse, mentre le città erano le eccezioni. È noto che da qualche anno la maggior parte della popolazione mondiale vive ormai nelle città, secondo un processo che nei paesi della prima industrializzazione è ormai consolidato.

L'urbanesimo ha ribaltato il rapporto millenario che richiedeva, da parte delle singole persone e delle comunità, la cura e la responsabilità di un tratto di suolo che forniva cibo e materiali utili per la sussistenza. Tali pratiche hanno richiesto l'elaborazione di conoscenze per interpretare le condizioni dei luoghi, individuare i materiali utili, incrementare la fertilità dei suoli, selezionare specie vegetali e animali. L'esito, non secondario, è consistito in un legame profondo con i luoghi, testimoniato dal senso di appartenenza e dai legami identitari. Il rapporto stretto con la terra ha richiesto inoltre l'elaborazione di regole per riconoscere i diritti di proprietà e per definire le modalità di uso delle risorse e dei luoghi, in particolare quando questi erano condivisi. Insomma, ritroviamo in tali relazioni le radici profonde della nostra società, della nostra cultura, della nostra economia.

In questo quadro, la montagna è stata per secoli uno spazio pienamente integrato con il resto del territorio e della società. Del resto, nell'economia agricola della zappa, la coltivazione dei territori collinari e montani non era certo sfavorita rispetto a quella dei fondovalle, generalmente a rischio di esondazione. Inoltre, un territorio montano, caratterizzato da condizioni diverse entro distanze relativamente brevi, consentiva un'agevole integrazione di prodotti – e di culture – differenti. Per non parlare dei vantaggi assicurati dal controllo dei corridoi di transito e delle posizioni strategiche dal punto di vista militare.

Certamente vivere in montagna è sempre stata una sfida, che è stata vinta dagli individui e dalle comunità elaborando conoscenze e competenze appropriate e costruendo sistemi sociali ed economici basati sulla respon­sabilità nei confronti di un ambiente delicato e fragile e sulla solidarietà. I principi della sostenibilità li ritroviamo tutti, nella storia delle comunità alpine, preoccupate che i figli e i nipoti potessero trarre dalle risorse locali condizioni di vita analoghe – o migliori – di quelle delle generazioni attive.

Nel breve volgere di un paio di secoli la diffusione dell'economia industriale ha modificato questo quadro, affermando principi di concentrazione, di mobilità di persone e merci su grandi distanze, consentendo lo scambio delle conoscenze, delle esperienze e delle merci tra continenti diversi. La produzione industriale ha richiesto la concentrazione delle attività e delle persone nelle fabbriche, secondo una logica di economia di scala che ha riguardato anche altre attività, dai servizi pubblici alla produzione di beni immateriali.

Le condizioni attuali della nostra società, ormai pienamente post-industriale, consentono di porre in una prospettiva diversa il problema e di assumere una nuova ottica, partendo dal riconoscimento della complessità dei processi territoriali in corso e della ricchezza delle risorse e dei valori delle aree montane. La fase attuale vede infatti, in modo esteso, fenomeni contradditori di concentrazione e di diffusione, di conservazione del ruolo della produzione di beni materiali e di incremento enorme del peso dei beni e dei servizi immateriali. Gli esiti di questi cambiamenti li vediamo tutti i giorni nella forma del territorio metropolitano e siamo ormai abituati a misurare le distanze in ore di percorrenza, più che in chilometri, alla mobilità quotidiana dai luoghi di residenza a quelli del lavoro, del commercio e dello svago, a utilizzare beni prodotti nei quattro angoli del mondo. Ci sfugge, però, la natura del territorio che ci ospita, sempre più formato da ritagli, da sfridi, da residui di spazi agricoli e di brani urbani entro i quali, sempre più spesso, vivono individui e comunità lasciati ai margini della società. Le condizioni di vantaggio e di svantaggio non sono però spiegate in modo pertinente dall'orografia. I processi di contrazione demografica e di crescita hanno interessato in modo variegato anche le aree di pianura e i centri urbani con cicli di crescita, di suburba­nizzazione, di declino delle aree urbane centrali, di ricollocazione delle funzioni produttive. Si tratta del riflesso dei fenomeni di dismissione di attività, di declino di processi produttivi, di ricollocazione di funzioni, che producono nelle aree urbane frange di marginalità spesso ben più gravi e preoccupanti di quelle riscontrabili nelle aree montane. La differenza è che nei contesti urbani appare ovvio promuovere grandi progetti di ri­qualificazione e di rigenerazione urbana, sia dal punto di vista urbanistico che da quello economico-sociale.

Per contro, uno sguardo attento ai territori di montagna evidenzia come non manchino certo casi importanti di sviluppo, di innovazione, di crescita. Pensiamo ai centri turistici invernali, dove troviamo le tecnologie più innovative, le forme organizzative dell'offerta e dei sistemi di trasporto più evolute, le reti di cooperazione meglio integrate. Sono numerosi poi i distretti industriali specializzati e le produzioni agricole di qualità. Le città alpine, pur di piccola dimensione, ospitano centri di ricerca e di formazione di prestigio internazionale. Gli svantaggi della piccola dimensione e della distanza sono bene compensati dalla qualità ambientale, dalla presenza di reti sociali, dal senso diffuso di responsabilità nei confronti dell'ambiente, dalla consuetudine all'autogoverno.

La prospettiva per la montagna non è certo quindi quella della conservazione, ma quella di una nuova progettualità, tenendo conto della ricchezza dei materiali e delle conoscenze a disposizione. Il compito tuttavia è impegnativo, in quanto si deve elaborare una visione attorno alla quale costruire un ampio consenso, tradurre le intenzioni in azioni, aggiornare regole giuridiche e procedure amministrative. Non si deve partire da zero, però, in questo percorso. I dati e i materiali raccolti nel volume illustrano in modo chiaro come vi siano delle esperienze significative, non di nicchia, che testimoniano come un nuovo progetto di territorio possa cambiare tendenze che sembrano inesorabili. Il caso del Trentino, in particolare, appare di grande rilievo. Qui, a partire dagli anni '60 del '900 è stato costruito un percorso di modernizzazione basato su alcuni principi eterodossi, in particolare il rifiuto della concentrazione urbana e della industrializzazione come uniche prospettive di crescita economica e di riscatto sociale. La lettura delle condizioni territoriali, svolta con il primo Piano urbanistico provinciale del 1967 promosso da Bruno Kessler e redatto sotto la guida di Giuseppe Samonà da una équipe prestigiosa di collaboratori, metteva in luce una pluralità di valori e di condizioni che avrebbero consentito, nei decenni successivi, di trarre vantaggio dai rapidi cambiamenti sociali, economici e territoriali che stavano investendo l'Italia e l'Europa.

Tale progetto ha dato senso all'autonomia speciale che era stata rico­nosciuta alla Provincia, tracciando un percorso incentrato sul territorio come perno delle competenze. In particolare, per “territorio” non si è inteso semplicemente l'ambito spaziale entro il quale esercitare i compiti istituzionali, quanto un sistema coerente di relazioni tra il contesto ambientale (con vincoli, valori e opportunità in trasformazione), il sistema insediativo (formato da una rete di centri montani da salvaguardare quale base di vita delle comunità), il sistema sociale (da rafforzare e qualificare). Ovviamente vi furono delle ingenuità e alcuni errori, ma la visione elaborata è stata accolta come una prospettiva ben presto rivelatasi vincente, grazie anche alla capacità di comunicare alla comunità trentina la possibilità di continuare a vivere nella terra degli avi in condizioni attuali.

Lo sguardo contemporaneo sulla montagna può quindi partire dalla consapevolezza che si possono tracciare percorsi diversi da quelli dell'abbandono, purché si sappiano distinguere i problemi e i vincoli dalle risorse e dalle opportunità. Del resto, è ormai senso comune collocare nell'elenco dei valori collettivi la qualità dell'ambiente, la biodiversità, la molteplicità delle produzioni agricole, la varietà delle forme insediative e del patrimonio storico-culturale, così come diamo per scontato che siano risorse i panorami alpini, i sentieri di montagna, le vette dolomitiche, la neve e il freddo dell'inverno che consentono di praticare gli sport invernali. Non si tratta, però di assegnare alla montagna il compito di riserva di valori naturali e sociali per compensare il degrado inevitabile dei contesti urbani. Come afferma Paolo Pombeni, non possiamo pensare alla montagna come ad un “Arcadia”, ma dobbiamo considerarla un “bene comune”. Ed è quello che viene affermato da documenti autorevoli, dalla Convenzione delle Alpi, al riconoscimento europeo di molte zone naturalistiche, alla individuazione delle Dolomiti quale “patrimonio dell'umanità” da parte dell'Unesco.

Tali riconoscimenti comportano visibilità di parti importanti della montagna e assegnano alle comunità locali responsabilità di governo di beni di rilievo sovralocale. E questo riguarda un altro campo di risorse, quelle riguardanti le conoscenze e le competenze delle comunità di montagna. La vita in un territorio articolato e complesso ha non solo stimolato l'approfondimento delle condizioni di una natura straordinaria, ma ha richiesto l'elaborazione di una varietà di modelli insediativi che intrecciano capacità di adattamento alle condizioni del sito, tecniche agronomiche e costruttive appropriate, forme sociali ed economiche peculiari e, soprattutto, modelli amministrativi basati sull'autogoverno. Da questo quadro emerge il ruolo della cultura della responsabilità e della solidarietà. La montagna alpina, come ricorda Annibale Salsa, è terra di uomini e donne liberi, che sanno badare a se stessi entro reti di cooperazione in grado di qualificare il senso e l'operatività dell'autonomia dei diversi territori. E Paolo Pombeni afferma come l'autonomia abbia senso al plurale, quale forma di governo appropriata alle diverse condizioni locali.

In conclusione si può richiamare quanto affermato nel volume: “lo spopolamento della montagna non è inesorabile... non dipende semplicemente dall'orografia, ma dipende dalle politiche, e precisamente dalle politiche pubbliche”. La montagna, territorio delle differenze e delle autonomie, può giocare un ruolo cruciale nella prospettiva di ripensamento del sistema di gestione dei beni comuni, dei servizi pubblici, delle attrezzature collettive, contribuendo a fornire risposte alla domanda estesa di nuove forme di governo dei territori e della cosa pubblica. La responsabilità locale da un lato e l'attivazione di reti di solidarietà e di cooperazione, dall'altro, ap­paiono le prospettive per consentire di integrare luoghi e persone, attività e sistemi economici, nodi e reti.

I compiti si collocano quindi a livelli diversi e riguardano temi differenti. Sicuramente la formazione gioca un ruolo determinante e, in questo campo tsm-Trentino School of Management – in particolare attraverso step-Scuola per il governo del territorio e del paesaggio – opera in modo significativo tanto nei confronti del settore pubblico quanto rispetto agli amministratori, ai tecnici, ai professionisti. Si tratta di una iniziativa innovativa, che sta ricevendo molti consensi e che conferma il ruolo della Provincia autonoma di Trento quale laboratorio di governo del territorio.