Indagine sul solidarismo, elemento fondamentale del sistema autonomistico trentino

a cura di: Miriam Rossi

Quarta di Copertina

Lo studio si inquadra all'interno della riflessione crescente sul futuro dell'autonomia del Trentino che da tempo accompagna la formulazione di un possibile Terzo Statuto. Un'accorta valutazione dei mutamenti intercorsi nella società, nella politica e nell'economia provinciale dall'inizio degli anni Settanta, quando l'attuale Statuto venne adottato a seguito di una lunga gestazione negoziale fra il governo italiano e quello austriaco1, ad oggi non può prescindere da un'analisi accurata e costruttiva sui caratteri distintivi del territorio, atta a conservare le sue peculiarità, oltre che a legittimare lo status della loro tutela. Tra questi aspetti, il solidarismo trentino rappresenta senz'altro un elemento fondante del sistema autonomistico provinciale

Collana:
  • tsm-Trentino School of Management Studi e Ricerche

Introduzione, di Paolo Pombeni

I Parte: effettuare la ricerca

1. Le ragioni della ricerca. Il solidarismo: elemento centrale del sistema autonomistico trentino

2. Gli obiettivi della ricerca. Il nesso tra investimento sul capitale sociale e sviluppo del territorio

3. I criteri e le modalità della ricerca

4. Le difficoltà nella rilevazione dei dati

II Parte: leggere la ricerca

1. La tradizione trentina del solidarismo

2. Le attività del volontariato trentino

3. Le caratteristiche sociali dei volontari

4. Gli aspetti organizzativi del volontariato

5. Le relazioni tra volontariato e politica

6. La distribuzione geografica del volontariato trentino

7. I problemi rilevati nel solidarismo trentino

Conclusioni

Ringraziamenti per la collaborazione 

Introduzione

di Paolo Pombeni

 

Che il Trentino fosse terra di reti di solidarietà era comunemente accettato. In che misura lo fosse era noto solo in maniera limitata e talora imprecisa. Inoltre i contorni di questo universo erano spesso confusi, circoscritti magari nelle leggende dei “buoni montanari” abituati a far conto solo sui loro mezzi e avvezzi dal rapporto con una natura difficile, se non addirittura ostile, al fatto che nessuno deve essere lasciato a cavarsela da solo.

È venuto il tempo di riflettere in maniera meno “romantica” sulla presenza di questo capitale umano. Innanzitutto perché è dubbio che abbia principalmente a che fare con il rapporto con la natura difficile della montagna. Le montagne non esistono solo in Trentino e non c'è evidenza empirica che vi sia una relazione obbligata fra questo contesto naturale e lo sviluppo di una dimensione tipica del solidarismo come quella che viene esaminata in questo studio. Si tratta infatti di qualcosa che va ben oltre i pur pregevoli rapporti di “carità” e di “soccorso” che si possono instaurare fra persone o nel quadro di piccole comunità. Siamo qui infatti in presenza di una complessa rete di capacità di auto-organizzazione comunitaria in risposta a domande sociali che vengono individuate come pre­vedibili e meritevoli di risposta al di là della presenza di singoli casi.

Per fare un esempio. Una cosa è essere testimoni del fatto che, a fronte di un incidente di cui è vittima una persona, le altre persone che “incappano” nel contesto si attivano per aiutarla, altra è mettere in piedi una struttura che garantisca il soccorso a chiunque eventualmente si trovi coinvolto in un incidente. Questo ci serve per spiegare l'oggetto profondo dello studio, davvero di grande interesse, che Miriam Rossi ha costruito, con intelligenza e pazienza, affrontando non poche difficoltà nella raccolta dei dati.

Il tema da cui ci si era mossi, essendo questa ricerca nata all'interno del gruppo di ricerca sul problema della autonomia trentina attivato da Mauro Marcantoni nell'ambito della Trentino School of Management, era la comprensione da un lato e la verifica dall'altro di cosa sostanziasse la riserva di “capitale umano” di cui il nostro territorio appare dotato in maniera rilevante.

Si trattava, in sostanza, di chiedersi su cosa si fondasse quel fattore che gli studi anglosassoni definiscono come civicness e che in italiano non può essere semplicemente tradotto come “civismo”: qualcosa di più di quel che si potrebbe definire come una sorta di “buona educazione pubblica” e che invece va inquadrato come un sentimento di appartenenza ad una comunità civile il cui carico di problemi si è disposti a prendere sulle proprie spalle, ovviamente pro quota. È questa la ragione per cui il solidarismo si sposa col volontariato che ne diventa la cartina di tornasole.

Vi sono infatti forme di solidarismo che consideriamo, per quanto nobili, in una certa misura obbligate: quella dei soldati in guerra, quella corporativa nei luoghi di lavoro, quella indotta dalle appartenenze a sistemi ideologici totalizzanti. Quelle che invece vengono prese in considerazione nello studio di Miriam Rossi sono forme di solidarismo che nascono da un impegno non obbligato, ma volontario: si potrebbe essere buoni cittadini anche senza farsi coinvolgere in esse, ma si sente che non si sarebbe fino in fondo membri di una comunità.

Da questo punto di vista bisogna subito sottolineare che nella loro essenza profonda le organizzazioni di varia natura in cui si incarna il binomio solidarismo/volontariato all'interno della nostra provincia non hanno come obiettivo quello di perpetuare una tradizione, anche se ovviamente nella maggior parte di esse vi sono forti radici nella storia pregressa. Il loro fine è piuttosto quello di pro­muovere uno sviluppo dello “spirito civico” delle proprie comunità di riferimento impedendo che un capitale ereditato dal passato si svaluti se lasciato nell'inerzia di improbabili forzieri forgiati dalla tradizione.

Come l'autrice mette in luce c'è stata una evoluzione importante nella geografia profonda del sistema solidaristico trentino. Se ancora a fine Ottocento quel tipo di volontariato era particolarmente forte nelle aree più povere e di conseguenza più soggette allo spopolamento dovuto all'emigrazione (specialmente le Valli Giudicarie e la Val di Non), oggi la presenza più consistente si ritrova nelle aree urbane interessate ad un maggior benessere e di conseguenza da una maggiore disponibilità di risorse. Come giustamente interpreta Miriam Rossi, ciò dipende dal fatto che una cultura entrata in qualche misura nel dna trentino fa sì che laddove si riscontrano oggi le maggiori difficoltà di risposta a una serie di bisogni sociali si attivino azioni che non nascono tanto dalla capacità di organizzarsi della “domanda” (cioè da quanto chiedono coloro che hanno “bisogno” delle prestazioni), quanto dalla sensibilità di una “offerta” che è in grado di percepire domande quando magari sono ancora ad uno stato nascente, quando non hanno ancora raggiunto la capacità di farsi sentire.

Come nell'esempio che si è citato all'inizio ma anche oltre questo, ciò è evidente se si pensa che, ad esempio, il Trentino ha, come viene documentato, una rilevante presenza di organizzazioni che si occupano di solidarietà a livello internazionale. Ci sarà senza dubbio in questo anche un robusto influsso dell'internazionalismo missionario della cultura cattolica, forte soprattutto nel secondo dopoguerra, ma oggi si tratta di una dimensione che è andata oltre quanto derivato da quelle origini.

La ricerca che il lettore si trova fra le mani censisce poco più di 4000 realtà associative: un numero certo rilevante, ma, come l'autrice ci avverte, non esaustivo di un mondo che non si lascia facilmente fotografare. È un mondo variegato che raccoglie tipologie assai diverse fra loro, alcune basate su una necessaria “professionalizzazione” dei propri componenti (per citare due estremi: dai componenti del corpo volontario dei vigili del fuoco a quelli dei corpi bandistico-musicali), altre più sfumate quanto a richiesta di competenze. Tuttavia è la “rete” di queste esperienze ciò che le aggrega, perché le varie tipologie spesso convivono in uno stesso ambito territoriale e sarà interessante se in un futuro potremo disporre di indagini che rilevino se e quanto le stesse persone sono presenti simultaneamente in più di una tipologia.

È naturalmente un dato interessante quello che ci mostra come vi sia una netta preminenza di associazioni culturali e ricreative. Testimonia proprio una tradi­zione di autopromozione della socialità che affonda le sue radici nella storia di queste terre, dove il tasso di scolarizzazione è sempre stato notevolmente più elevato che nel resto dell'Italia anche grazie alla politica sotto questo punto di vista lungimirante dell'Impero asburgico. È però interessante che i fenomeni di privatizzazione del rapporto con i consumi culturali che è stato indotto dai media, a cominciare dalla televisione, non abbiano qui intaccato a fondo le abitudini alla loro fruizione sociale.

La ricerca di Miriam Rossi non è un inno acritico ad un fenomeno la cui validità e pregnanza non può ovviamente essere messa in discussione. Anche il rapporto tra solidarismo e volontariato incontra in Trentino problemi che vanno attentamente valutati.

Innanzitutto vi è una indubbia questione che riguarda le necessità di professionalizzazione e di accreditamento che interessano prestazioni che non sempre possono rimanere allo stadio della buona volontà dilettantistica. Una società assuefatta a certi standard di organizzazione della vita collettiva e di risposta alle domande sociali ha bisogno di ritrovarli anche nella sfera della civicness. Non è solo il problema di incontrare esigenze che si sono fatte più complesse, ma è anche la necessità di essere “attrattivi” verso nuovi ingressi che garantiscano al mondo del volontariato presenze e ricambi generazionali. Chi partecipa ad una attività di questa natura, che non di rado è anche impegnativa e coinvolgente in termini di investimento delle proprie risorse e del proprio tempo, ha bisogno di trovare forme adeguate di “remunerazione”: se queste non saranno, come è logico, di natura monetaria o comunque materiale, devono essere di natura simbolica e identitaria. Chi opera in questi circuiti ha bisogno di essere riconosciuto e valorizzato come parte di un sistema che ha “valore”, cosa che non avverrà se il suo lavoro viene percepito come dilettantesco e abborracciato.

In secondo luogo è importante che il “volontario” acquisisca dalla sua esperienza una qualche accumulazione di contesti, cognizioni, relazioni che possa ritenere utili per la sua crescita umana, ma anche per la sua crescita come membro di una comunità civile.

Dalla nostra ricerca sono state escluse le organizzazioni politiche e sindacali, perché si è ritenuto che esse si ponessero su un livello diverso da quello che si è qui considerato: non solo per il loro oggetto specifico, ma per la spendibilità di quelle esperienze in termini di “ritorno” sulle proprie fortune personali. Forse un tempo questo poteva essere più discutibile per l'appartenenza alle strutture dei grandi partiti di massa, ma oggi la pressoché dominante professionalizzazione della sfera politica lascia poco spazio per un volontariato comparabile con quello che si esercita nelle organizzazioni che qui vengono prese in considerazione. Tutto ciò per le organizzazioni sindacali è ancora più evidente.

È invece ovvio che il lavoro all'interno delle organizzazioni del solidarismo ha una evidente ricaduta politica: come ricorda Miriam Rossi nella sua analisi lì si impara a sostenere dialetticamente le proprie idee, ad analizzare problemi, ad organizzare interventi e via elencando. Le reti del solidarismo preparano una cittadinanza attiva e responsabile, la sola in grado di gestire in maniera appro­priata e coscienziosa gli strumenti della vita democratica.

Questa è una ragione forte per dire che il mantenimento e la promozione di questa sfera della vita sociale devono interessare come compito non secondario la sfera pubblica. Certo il tema è molto delicato. Non si può dimenticare che c'è stata in passato, e forse c'è ancora, tutta una tendenza delle forze politiche organizzate ad attirare nella propria orbita e ad egemonizzare per quanto possibile le organizzazioni di volontariato sociale. Dal mitico “collateralismo” della prima repubblica all'uso disinvolto della distribuzione dei sussidi pubblici, molti sono i modi attraverso cui la politica ha cercato e può ancora cercare di trasformare il mondo del volontariato in una sorta di bacino elettorale controllato.

Se abbiamo presenti questi rischi, non dobbiamo per questo dimenticare che la sfera pubblica, anzi più esattamente la sfera istituzionale, ha il dovere di dare un sostegno non strumentale e non semplicemente interessato a questo mondo che non ha solo bisogno di “sussidi” nel senso banale del termine. Il volontariato si misura per esempio col problema, ricordato nelle pagine che seguono, di un possibile eccesso di spontaneismo che porta alla formazione di associazioni di piccole dimensioni, incapaci di agire oltre una cerchia molto ristretta e costantemente soggette al rischio della dissoluzione. Aiutare lo spontaneismo ad inserirsi in sistemi a rete, senza che questo voglia dire minarne la freschezza, è un obiettivo verso cui potrebbe indirizzarsi un intervento pubblico che ha presente la reale “geografia” del volontariato operante in provincia.

Vi sono in più tutta una serie di professionalizzazioni che si rendono sempre più indispensabili. Se tradizionalmente alcuni settori hanno provveduto in autonomia a promuoverle e a sostenerle (pensiamo, tanto per fare un esempio, a un certo volontariato musicale o teatrale), ciò non può essere considerato come un dato universalmente scontato. L'acquisizione di una certa cultura organizzativa, di elementi di conoscenza informatica, la possibilità di poter contare su supporti per l'acquisizione di alcuni strumenti basilari, sono tutti interventi che dovrebbero essere considerati dall'ente pubblico alla stregua di investimenti produttivi: pro­duttivi nella crescita sociale che non è meno importante della crescita economica.

Sono tutti primi spunti di riflessione che nascono da questa ricerca, che, lo speriamo, potrebbe avere una funzione pionieristica, perché nessuno qui si illude di avere fornito una volta per tutte le chiavi per l'interpretazione di un fenomeno. Considereremmo già un notevole risultato l'aver attirato l'attenzione su uno dei cardini del capitale di civicness di cui dispone il Trentino e saremmo lieti se ciò servisse da stimolo per completare una rilevazione di dati conoscitivi che è essenziale e per incentivare una “presa in carico” da parte delle realtà istituzionali del tema non solo della preservazione, ma dell'incremento di quel capitale umano che la storia di queste terre ha lasciato nelle loro mani.